“La notizia – appresa sugli organi di stampa – circa la multa da 7mila euro inflitta dall’Ispettorato del Lavoro ad un imprenditore agricolo di San Pancrazio Salentino, proprietario di un podere nel Mesagnese, perché quattro operaie non avrebbero indossato guanti anti-taglio e scarpe antinfortunistiche e perché il podere mancava del bagno chimico, conferma i nostri sospetti: in Italia sembra si voglia annientare l’impresa agricola, colpendo in particolar modo l’economia del Mezzogiorno, non tutelando in realtà i lavoratori e facendo cadere gli imprenditori nell’incubo della più bieca e medievale burocrazia”. E’ quanto denuncia in una nota il vicepresidente del Consiglio regionale pugliese, Peppino Longo che, chiedendo l’immediato intervento dell’assessorato all’Agricoltura della Regione Puglia, sottolinea un aspetto della vicenda che non deve assolutamente passare in secondo piano: “Leggi assurde distruggono l’occupazione e quindi danneggiano lavoratori e imprenditori anche quando con enormi sacrifici si cerca il rispetto umanamente possibile di leggi create con modalità tanto complesse da apparire costruite appositamente per essere trasgredite”. Longo infatti ricorda come in realtà quelle braccianti – secondo quanto riportato dagli organi di stampa – erano state regolarmente assunte e avevano i guanti di plastica, ma non è valso a nulla contro la decisione dell’ispettore che si è attenuto ai regolamenti previsti in caso di lavori di questo tipo. Le stesse braccianti, peraltro, si erano sottoposte alla visita medica prevista dal medico del lavoro, procedura imposta per garantire la sicurezza nei luoghi di lavoro. Erano inoltre provviste del DVR, ossia del documento di valutazione dei rischi, previsto dalla legge”.
Negli stessi articoli – aggiunge il vicepresidente del Consiglio regionale pugliese – si ricorda che “c’è molta confusione circa l’interpretazione delle nuove leggi, poiché non si comprende se è necessario svolgere la visita medica dopo cinquantuno giorni dall’assunzione e se sì quale imprenditore deve provvedere in caso di più assunzioni. Ed è questo solo uno dei molti possibili casi di libera interpretazione giocata sugli interessi reali dei lavoratori e delle aziende agricole stesse. Il caporalato, vale a dire lo sfruttamento della manodopera da parte di gruppi che agiscono in piena illegalità, è un fenomeno da combattere senza sconti e senza condoni. Ma, quando si legifera non conoscendo tutti i particolari di una materia, o quando si interviene sull’onda dell’emozione, il rischio di sfociare, con le nuove leggi, nell’eterogenesi dei fini, ossia nella più classica conseguenza involontaria che aggrava, anziché risolvere, un problema, è tutt’altro che irrealistico. Da tempo ormai denunciamo – conclude Peppino Longo – i rischi di una applicazione senza traccia di buon senso di una norma che rischia di portare più danni che benefici agli onesti, non scalfendo per niente chi ha fatto del malaffare criminale uno stile di vita”.